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Leggo per legittima difesa.
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Un libro deve essere come un'arma che possa rompere i mari ghiacciati dentro di noi.
(Franz Kafka)

La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo.
(Jean-Luc Godard)

Il mio Vino

- Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. E dopo la rosa hai voluto altro.

Hai voluto persino una pianta di vite, per far poi crescere la “tua vigna” dicesti. Amavi questo luogo, la terra, le colline, i suoi frutti e i suoi profumi. Era il 1970 quando tu aspettavi l’arrivo di un fratellino. Era estate, faceva caldo e l’asilo era ormai chiuso. Tuo padre, mio fratello Giulio mi chiese se potevi venire a stare da noi quell’estate. Non ero sola allora; c’era mio marito Quinto e i miei due figli, ormai adolescenti. Mi allettava l’idea di avere nuovamente una bambina in giro per casa.

Gli dissi che sarebbe stata un ottima idea... Così concordammo il tuo arrivo. Una mattina, era da poco passato il furgoncino che ci portava a casa il latte e le ciambelle di mosto, sentii suonare un clacson, corsi fuori dalla stalla ed eri tu. Tuo padre sorrideva, l’avevo visto l’inverno precedente. Era solito venire in novembre, per il mese dei morti, solo per portare dei fiori al cimitero dai nostri genitori. Poi sbucasti tu dalla macchina. Avevi un vestitino color arancio e dei ciucci sui capelli, ti guardasti intorno: “Ma cosa ci faccio qui?”, sembrava dire la tua espressione. Intorno a te non c’erano palazzi alti, non c’erano marciapiedi, lampioni, strisce pedonali sull’asfalto, semafori, autobus...non c’erano tante macchine.

Si sentiva un odore acre di animali, di mangime, di fieno... Ma c’erano solo colline. Grandi e vaste colline con qualche casa sparsa un po’ qua e un po’ là. Erano di vari colori, dal verde dell’erba da fieno, passavano al giallo oro del grano, per poi inerpicarsi in qualche piccolo boschetto. E sui pendii, prima a salire e poi a scendere, vigne; tante lunghissime vigne. “Ciao zia” mi dicesti ed io ti presi tra le braccia baciandoti.

Sì ero sinceramente contenta di avere di nuovo una bambina di circa 4 anni tra i piedi. Da allora tutti i giorni furono delle scoperte per te. E lo furono anche per me. Dopo tornasti per altre estati ancora, e per la vendemmia, e per la “tua vigna”.

Ricordo ancora quando assaggiasti la prima volta il tuo vino. Eri molto soddisfatta. Adesso con questa lettera voglio solo ringraziarti per avermi dato quelle gioie. Le gioie di vivere in un posto come il nostro mentre tutto il mondo intorno corre e si rincorre. La gioia di capire che quello ognuno di noi fa, rimarrà nel tempo, fuori e dentro i cuori. Grazie e ti auguro di non perdere mai la tenacia e l’amore che avevi nel fare le cose che amavi. -

Grazie a te zia, grazie di questa lettera, l’ultima. Sono qui a sorseggiare un caffè in un bar nel centro di Roma. Avanti a me uno scaffale specchiato, riflettono bottiglie, in fila. Leggo “Verdicchio – Fazi Battaglia” dei Castelli di Jesi con la sua bottiglia tutte curve. Sola e con questa lettera in mano, penso a te che ormai non ci sei più, proprio come mio padre.

Che luoghi i Castelli di Jesi. Le colline marchigiane, il profumo del fieno, l’odore del grano e il sapore dell’uva appena colta. Anche io ricordo quando per la prima volta ho assaggiato il vino, il mio vino. E si, perchè io ho fatto davvero il vino, che ridere! “Zio mi insegni a fare il vino?” “Certo, se vuoi ti insegno. Ma il vino si fa ad ottobre novembre e tu vai a scuola. “Se io lo dico a papà, potrei venire un sabato ed una domenica e fare il vino insieme a te. Me lo fai anche a me?” “Sì, sì te lo farò.” “Su voi due andiamo a tavola è pronta la cena. Paola, Leandro a tavola......” Cenammo tutti insieme, io tu, zio e i miei due cugini. Leandro era solito portarmi a spasso con il trattore in giro per i campi, per le vigne; anche se non nascondo che avevo una tremenda paura di quell’enorme mostro con quelle ruote giganti. Paola, ormai maggiorenne, mi portava a spasso con al sua cinquecento.

Era fortissimo scorrazzare per il paese e i viottoli di campagna con mia cugina. Ricordo ancora quanto la pagò: trentacinquemila lire. La sera io e mio zio ci sdraiavamo fuori la porta di casa con una coperta a contare le stelle del cielo. No, non è una favola ma è la pura verità. Guardavamo il cielo tutto stellato e facevamo a gara a chi contava più stelle. Il premio? Chi contava più stelle andava a letto prima. In campagna c’è tanto da fare. Poi finalmente arrivò la vendemmia e come promesso, io, mio padre, mia madre e mio fratello, partimmo un venerdì pomeriggio per passare il weekend nelle Marche.

Avevo 10 anni quella volta e mio fratello solo sei. Iniziammo il sabato mattina di buon ora. Zio aveva già tutta l’uva nei tini. “Zio ma lasci anche tutti gli acini?” “Certo, poi verranno tutti passati e schiacciati”. “Ma come li schiacci? Veramente con i piedi?” “No, zio non la schiaccia più così l’uva. Lui adesso ha una produzione industriale, le hai viste tutte le macchine che ha?” - ribattè mio padre. “Ma se tu vuoi provare, te lo farò fare con i tuoi piedi!” “Davvero??? Posso mamma? Papà faccio il vino....” Fu una festa, mi sfogai come non mai. Iniziai a ballare praticamente dentro la botte. Mia madre impallidita, già pensava a come dovermi pulire dopo, per mandar via l’odore acre dell’uva. Mio padre, invece non diceva una parola, ma leggevo nei suoi occhi quanto fosse orgoglioso di me, di avere una figlia legata alle tradizioni.

Dopo fu così che assaggiai il mio vino, il mio Verdicchio. Non so quante bambine al giorno d’oggi aspirino a fare il vino, oltre che a vestirsi e a truccarsi come le Winx o le Bratz, sicuramente nessuna. I grandi invece tornano indietro, sono tutti alla ricerca di una vacanza “enoturistica” dove si vendemmia, si fa e si degusta il vino. Ma nel 1976, a 10 anni, per me fu un’esperienza unica. Non so perché ma so solo che quelle estati trascorse nella terra di origine di mio padre, mi fecero un gran dono. Mi diedero tanto. Ho capito che nulla viene fatto bene se non viene fatto con amore. Anche ora che sono donna e non bimba, devo prima appassionarmi, devo amare quella cosa e solo dopo riesco a dare tutta me stessa. Non importa se non è più il vino da fare, ma quell’evento è rimasto per me simbolo dello stesso amore, tenacia e passione che metto oggi nel mio lavoro, nei miei hobby, nel crescere mio figlio. Sono entusiasta come allora. Adesso sono a casa, ma non c’è ancora nessuno. Mi tolgo le scarpe e mi avvio scalza verso la cucina. In alto, sul pensile, la stessa bottiglia formosa del bar: Verdicchio.

Oggi è proprio un rincorrersi tra me e lui. Non posso far altro che salire su una sedia e decidermi ad aprire quella bottiglia. Non arrivo fin la su, ecco forse ci sono, la prendo quasi, mah….nooo!!! E’ caduta! Sotto i miei occhi mille frantumi di vetro verde e il vino che va espandendosi sul pavimento. Ma che profumo! Scendo scalza dalla sedia e mi trovo con i piedi tuffati nel “paglierino lago”. “Che bello, sto facendo nuovamente il vino!”

Chiusi gli occhi e cominciai a ridere.

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